Il merito e il suo strano vessillo

Il merito e il suo strano vessillo.

È evidente che le prossime stupidissime battaglie tra precari si consumeranno su questo sostantivo: merito. La quesitone del merito è dirimente. Offre la rassicurante possibilità di sentenziare “tu si” e “tu no”.
Ma qual’è il merito nella scuola? Quale è la base culturale per opporre un docente meritevole a un docente non meritevole?
Se volessimo partire da una analisi etimologica del sostantivo meritum, dovremmo concludere che il merito è semplicemente “la mercede o la ricompensa spettante” o ancora, “una porzione” (etimo.it).
La trappola evidente è la confusione generata dalla questione di merito per quanto attiene al mondo scuola. Il merito di uno studente universitario è possedere un’adeguata preparazione di base delle discipline di studio. L’istituzione universitaria assolve alla responsabilità di selezionare il merito in tal senso. Lo studente deve acquisire gli strumenti e le conoscenze necessarie per poter concludere un ciclo di studi significativo.
Ma la selezione del docente non può tradursi in una sovrapposizione del modus operandi universitario. Il docente è un’altra cosa. Il docente è già obbligatoriamente stato selezionato sul merito nozionistico. La selezione del docente deve calibrarsi su parametri necessariamente diversi: la capacità di comunicare, di tenere la classe, di utilizzare risorse dispensative e compensative, di tradurre i saperi e le conoscenze nella maniera opportuna… Tutto questo impatta sul processo di formazione dei docenti in Italia: nessuno insegna a insegnare.
In questo percorso di apprendimento “a bottega” dell’insegnamento, io inquadro l’esperienza dell’insegnamento stesso come un processo fondamentale per la determinazione del merito. L’esperienza di insegnamento è merito, e sfido chiunque a dimostrare il contrario. Non si vuole ridimensionare la responsabilità del docente di mantenere e aggiornare la propria preparazione culturale, ma la questione di merito è diventato lo strano vessillo di “precariucci” incapaci di comunicare tra pari e quindi pericolosamente incapaci di comunicare ai loro alunni.

A loro dedico questo scorcio di un pensiero di Blaise Pascal “Assassino o uomo di valore”, con la speranza che presto smetteremo di vedere i colleghi dall’altra parte del fiume…..

– Perché mi uccidete?
-E non abitate forse dall’altra parte del fiume? Amico mio, se voi abitaste da questa parte sarei un assassino, e sarebbe un’ingiustizia ucciderti così. Ma visto che abitate dall’altra parte, io sono un uomo di valore, e uccidervi è giusto.

Avanti!

Nicola verso Roma

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